CULTURA

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Il Chianti Storico
è quel territorio, posto tra Siena e Firenze, costituito dagli attuali comuni di Radda, Gaiole e Castellina, entrati a far parte del Senese all’inizio dell’Ottocento, durante la dominazione francese, e poi confermati alla Provincia di Siena con l’Unità d’Italia. Nel Medioevo Siena ghibellina, dalla parte dell’Imperatore, e Firenze guelfa, schierata con il Papa, si scontrarono più volte nel territorio chiantigiano per estendere i propri domini.
Le ostilità fra le due città ebbero una prima tregua all’inizio del Duecento e, con il Lodo di Poggibonsi del 1203, si stabiliva in maniera definitiva una linea di confine tra i contadi delle due città rivali, che sanciva il controllo fiorentino del Chianti. Firenze, una volta assicuratasi il potere delle terre di confine con lo stato di Siena, nel quadro della ristrutturazione del proprio contado in ‘leghe’, a partire dalla metà del Duecento, istituì la Lega del Chianti, documentata per la prima volta nel 1306. Si trattava di un’organizzazione politico-militare con la funzione di amministrare un vasto territorio che, per la sua ampiezza, venne diviso nei ‘terzieri’ di Radda, Gaiole e Castellina. In questo modo Firenze aveva un organismo che ne rappresentava il potere su quelle terre. Il capo della Lega era il Podestà che aveva dimora a Radda e dal quale dipendevano anche i Terzieri di Gaiole e Castellina. Sebbene ogni paese fosse sostanzialmente autonomo, tutti dovevano sottostare all’autorità del Podestà e, quando necessario, lo spirito dell’ordinamento voleva che i ‘popoli’ dei tre terzieri si aiutassero a vicenda.
L’origine del nome Chianti non è del tutto sicura. Le fonti storiche fanno pensare che a ‘battezzare’ queste terre siano stati gli Etruschi. Clanis sembra essere stato il nome con cui questo popolo indicava un torrente che scaturiva vicino a Montegrossi, l’attuale Massellone. Altre fonti ci ricordano però che in numerose iscrizioni è stato ritrovato il nome Clante appartenuto ad un’importante famiglia etrusca che abitava questi luoghi.

Le colline del Chianti sono sempre state abitate. Il clima mite e salubre, i ricchi boschi e il terreno fertile accolsero qui l’uomo sin dal secondo millennio a.C., ma fu la civiltà etrusca a modificare per prima il paesaggio chiantigiano. Con gli etruschi si passò dalla pastorizia all’agricoltura ed essi introdussero la coltivazione della vite. Anche i nomi delle località ricordano il passaggio degli etruschi in questi luoghi: soprattutto i suffissi in –na e –ne sono spie di antiche discendenze: Adine, Avene o Avane, Rietine, Nusenna, ma anche Starda, Galenda e Vercenni, ne sono solo alcuni esempi. Tombe e reperti sono emersi un po’ ovunque nel Chianti: presso Castellina è famoso il tumolo del Montecalvario, appartenuto forse ad una famiglia aristocratica, mentre a Cetamura, vicino a Badia a Coltibuono, c’è un altro importante sito archeologico dove sono stati ritrovati resti di un abitato risalente addirittura al terzo–secondo secolo a. C.
Agli etruschi succedettero i romani che rafforzarono lo sviluppo agricolo, iniziando in particolare la coltura dell’olivo. Ritenevano l’olio un prodotto pregiato che, oltre agli usi alimentari, poteva servire per l’illuminazione delle case.
Con la fine dell’Impero e le invasioni barbariche, il Chianti conobbe secoli di decadenza, durante i quali si hanno poche notizie. I segni lasciati da etruschi e romani lasciarono il posto a insediamenti sparsi, dimore fortificate, pievi. I longobardi e poi i franchi si stabilirono in queste zone e il cristianesimo si diffuse in modo capillare innestandosi e sostituendo i credi pagani e le chiese sostituirono i preesistenti luoghi di culto.

Il Chianti come lo vediamo noi oggi è figlio del Medioevo, tanto che la maggior parte del patrimonio architettonico chiantigiano appartiene a quell’epoca. Prima che comparissero i comuni, il villaggio rurale era la forma più diffusa d’insediamento nella campagna. I villaggi sorgevano sui fianchi delle colline, composti da modeste case costruite intorno ad una chiesa. Il santo titolare della chiesa diventava anche elemento distintivo poiché dava il nome al ‘popolo’, cioè agli abitanti del villaggio. Le case venivano disposte senza un ordine apparente, ma rispondevano a quella organicità dettata dalle necessita contingenti, che un aspetto tipico dell’urbanistica medievale. Non è difficile riscontrare questi caratteri morfologici in molti dei borghi chiantigiani rimasti grossomodo uguali nel tempo. Ad esempio Selvole, Collepetroso e Capaccia, nel comune di Radda; Ricavo, Tregole e Sommavilla nel comune di Castellina; Ama, Adine e San Marcellino nel comune di Gaiole.
Intorno ai secoli IX-X – quando si consolida il sistema feudale – e XII-XIII – nel bel mezzo dello scontro fra Siena e Firenze – i villaggi aperti vengono fortificati e molti castelli costruiti. Al centro di questi insediamenti circondati da spesse mura e torri di guardia stava il cassero, cioè l’edificio più munito, adibito a dimora signorile, questi siti fortificati erano abitati, oltre che dal signore feudale, da famiglie di lavoratori e da qualche artigiano.

L’agricoltura altomedievale era basata sull’autosussitenza, in quanto si riusciva a produrre appena lo stretto necessario, poiché l’agricoltura non era ancora in grado di fornire un surplus tale da creare un profitto.
Con la disgregazione dei rapporti feudali e con l’affermarsi dei grossi patrimoni fondiari su cui aveva investito la borghesia cittadina, nacque un nuovo modo di condurre l’agricoltura: la mezzadria. La mezzadria si fondava su di un’unità di produzione: il cosidetto ‘podere’, che era costituito da una certa estensione di terra coltivabile e di bosco, capace di assorbire completamente le attività delle famiglia, e dalla “casa del lavoratore? dove essa viveva e lavorava. Spesso vi era anche la “casa del signore?, cioè l’abitazione che il proprietario del terreno si costruiva all’interno del podere, non solo per “stare in villa?, ma, soprattutto, per controllare l’attività dei lavoratori nella stagione dei raccolti. Il contratto di mezzadria prevedeva che la persona che possedeva la terra ne concedesse la coltivazione ad un’altra – detta colono o mezzadro – al fine di dividerne in parte uguali i prodotti e gli utili. Tale sistema iniziò a diffondersi in Chianti intorno al Mille, ma solo nel Cinquecento si può affermare che il processo di trasformazione fosse completato. In pratica la mezzadria introdusse delle soluzioni più razionali per l’utilizzazione delle risorse agrarie, permettendo di superare l’autosussitenza, con il conseguimento di un certo profitto da parte dei proprietari.

Le rivalità politiche e mercatili tra Siena e Firenze si acuiscono in epoca comunale. Il Chianti come già detto, per la sua posizione intermedia, fu il teatro principale delle dispute che continuarono per tutto il Medioevo.
Le soldatesche che l’attraversarono non furono solo quelle delle due rivali storiche, perché il Chianti dovette subire anche le invasioni di masnade più o meno ‘straniere’. Prima, infatti, la guerra fra i Visconti di Milano e Firenze, alla fine del Trecento, poi le invasioni aragonesi della seconda metà del Quattrocento furono la causa di saccheggi e scorribande, ora di un esercito ora di un altro, che lasciarono nel Chianti distruzioni e desolazione.

Il Cinquecento non fu certo un secolo più tranquillo per il popolo chiantigano. La peste colpì anche queste contrade e le truppe imperiali, capitanate dal Duca di Borbone, nel 1527 e quelle dei Lanzichenecchi di Carlo V, diretti nel 1529 contro Firenze per restaurare il potere mediceo, lasciarono ancora una volta il Chianti segnato da profonde ferite. Solamente nel 1555 con la presa di Montalcino da parte e la definitiva sconfitta di Siena, il Chianti conobbe un periodo di meritato riposo e tranquillità.

Ora che le armi, almeno Chianti, tacciono, si guarda alla terra come un buon investimento per l’impiego dei capitali. Il sistema agrario fondato sui poderi si afferma definitivamente con conseguenze di grande rilievo nell’assetto del territorio e, di conseguenza, nel paesaggio rurale. Si diffondono le case coloniche e vengono abbandonati i castelli, i terreni più scoscesi e accidentati vengono resi coltivabili grazie ai terrazzamenti e la coltura promiscua (filari di viti e olivi piantati a distanza regolari, tra i quali si seminava il grano) divenne pratica comune per tutti i terreni del Chianti. Ancora oggi, dove la piccola proprietà contadina opera con i sistemi tradizionali, si possono vedere isole di paesaggio tipiche della passata conduzione agraria, scorci suggestivi su una vita contadina d’altri tempi.

Le vicende legate al cibo e al vino hanno avuto un ruolo di primo piano nella storia di questi luoghi. Verso la metà del Cinquecento il Vasari aveva dipinto a Firenze, sul soffitto del salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, un galletto nero in campo d’oro per simboleggiare queste terre. Il vino prodotto nel Chianti divenne famoso, tanto che il poeta epico Francesco Redi lo citò nel suo Bacco in Toscana descrivendolo come vino “maestoso? e “imperioso?. Il ‘vino chianti’ cominciò a superare sempre più i limiti locali e regionali, fino ad avere un riconoscimento ufficiale: nel 1716 il Granduca di Toscana, Cosimo III, per regolare il Commercio del Vino, delimitò le aree di produzione dei più importanti vini che si producevano nel territorio fiorentino. Nel bando, infatti, s’indicavano anche i confini della regione dove si produceva il vino del Chianti: “dallo Spedaluzzo fino a Greve; di lì a Panzano con tutta la Potesteria di Radda, Gajole, e Castellina, arrivando fino al confine dello stato di Siena?. Si trattava, dunque, di confini che, travalicando il territorio storico della lega, arrivavano a includere la parte iniziale della valle della Greve.

Un personaggio di primo piano del Risorgimento italiano e grande sostenitore del Chianti fu Bettino Ricasoli. Nella fattoria del suo castello di Brolio, Ricasoli intraprese ricerche enologiche che lo fanno a tutt’oggi ricordare come il padre del Chianti moderno. La sua ricetta per ottenere un vino di maggiore personalità è stata seguita negli anni e ha contribuito a rendere il Chianti conosciuto e apprezzato. Nel 1878 il Chianti si affermò all’Esposizione di Parigi e la sua popolarità crebbe, anche se non mancarono periodi transitori di ribasso in occasioni di crisi come quelle determinate dalla fillossera e dalle due guerre mondiali.

Per arrivare ad una definizione dei confini, alla fine del processo di estensione del nome Chianti, bisogna aspettare il 1924 con la costituzione legale a Radda del Consorzio del Vino Chianti Classico. Le aziende della zona di produzione tradizionale si riunirono per proteggere il nome del loro vino. Come proprio emblema adottarono quello dell’antica Lega del Chianti: il Gallo Nero su fondo oro.

Alla fine della seconda guerra mondiale cominciò anche in Chianti l’abbandono in massa dei poderi e delle campagne, espressione tangibile di un fenomeno determinato da ragioni sia economiche, sia sociali. La mezzadria, il sistema di conduzione agraria, che per secoli aveva caratterizzato la vita del popolo chiantigiano, dimostrò tutta la sua inadeguatezza di fronte alle nuove esigenze sociali. La qualità della vita era bassa, considerando che le vie di comunicazione che erano poche e malridotte, che l’illuminazione elettrica e l’acqua potabile non raggiungevano tutte le case, senza contare, infine, che i poderi dove vivevano i mezzadri necessitavano di urgenti interventi di adeguamento. La crisi apparve subito di eccezionale gravità: in pochi anni il Chianti smobilitava e degradava.

Lo spopolamento iniziato negli anni Cinquanta cessa quasi del tutto negli anni Settanta grazie al vino. La mezzadria scompare e la riconversione agricola favorisce il diffondersi del vigneto specializzato con ritmi crescenti. Il valore del terreno aumenta, tornano la fiducia e la domanda di terre per le nuove colture. Questa trasformazione ha interessato necessariamente anche il paesaggio, che è stato modificato dall’uomo nella sua continua opera di adattamento del territorio ai nuovi bisogni. È a seguito di questa riconversione che il Chianti ha assunto le fattezze che ancor oggi lo rendono tanto apprezzato.

Gradatamente il Chianti diventa una metà turistica d’eccellenza. I primi a scoprirne il fascino sono stati inglesi, svizzeri, olandesi e tedeschi, intorno agli anni Settanta. Tutti accomunati da un’estrazione sociale e culturale molto alta, hanno scelto il Chianti attratti dalla sua tradizione, dalle bellezze paesaggistiche, dal clima, dalla cucina e dal vino.
Il richiamo che queste terre emanano si è poi propagato ad altre aree del mondo. Il Chianti continua così ad ospitare nelle sue colline persone che vengono da altre nazioni europe (Francia, Belgio ed altre dell’est), dall’America e dal Giappone.